Calcio

Lega Pro, nessuno salva la Reggina

Come ogni estate, in pieno luglio assistiamo al bagno di sangue in Lega Pro. Chi riesce a iscriversi per miracolo e si salva (è il caso di Benevento, Ischia, Lupa Castelli Romani, Martina Franca, Paganese, Pisa, Savona e Vigor Lamezia), chi non ce la fa e fallisce, ripartendo da zero. Quest’anno, la spada del fallimento è caduta su Venezia, Reggina, Varese, Real Vicenza, oltre alle già accertate Castiglione, Monza, Grosseto e Barletta e senza contare ovviamente il Parma al piano superiore, che ha già dato il via libera al ripescaggio in B del Brescia. Tra fallimenti e calcioscommesse, la griglia di partenza è ancora incompleta e molti sono i dubbi sulla partenza dei campionati per il primo week end di settembre. Un’ulteriore riduzione delle squadre professioniste sarebbe sicuramente un toccasana per una Lega Pro allo sfacelo e perennemente avvolta dagli scandali più cupi. La Lega Pro a tre gironi è stata il primo passo, ma le sessanta compagini continuano a essere insostenibili per i tempi che corrono (sarebbe bello arrivare a una terza serie programmata come un campionato nazionale, con un solo girone da venti: coi fallimenti che incombono ogni anno, basterebbe evitare i ripescaggi e in tre-quattro stagioni ci si arriverebbe senza bisogno di riforme). È triste vedere sparire dal professionismo squadre che fino a poco tempo fa erano  degli esempi da seguire. Come il Varese, che appena nel 2012 si giocava la finale play-off contro la Sampdoria per salire in Serie A. O la Reggina, che in A c’è stata anche di recente (ultima volta nel 2009) e che nel professionismo aveva il proprio habitat naturale. Ormai tragicomica la situazione del Venezia, costretto a ripartire con una nuova società per la terza volta nell'ultimo decennio. Anche i nomi delle ripescate sono avvolti dall’incertezza. Molte squadre sono in ritiro o in costruzione e non sanno ancora a quale campionato prenderanno parte, alla faccia della programmazione oculata. Nessuno ha più una lira e per venir ripescati al posto delle società fallite, servono 500.000 € a fondo perduto. Chi può permetterseli? Poche realtà, sicuramente non le più piccole. Il mezzo milione a fondo perduto è una tassa voluta da Tavecchio e serve a riportare in alto, società maggiori fallite negli scorsi anni e a far desistere i club minori. Sul calcio pensato per i più grandi, poi, possiamo far riesplodere una miccia vecchia di dieci anni, ma pur sempre valida. Quella che vede alcune società capaci di sfruttare il loro peso politico e altre no. L’esempio a cui ci riferiamo è ovviamente quello della Lazio del 2005: il club, appena rilevato da Lotito, ottenne un accordo col Fisco per rateizzare in ventitré anni i debiti pregressi: sei milioni di euro all’anno per ripianare i 140 milioni di debito. Da una parte, è una soluzione positiva perché l’Erario ha potuto incassare soldi che altrimenti sarebbero andati perduti. Dall’altra, viene da chiedersi perché un trattamento uguale non venga applicato a realtà più piccole, le quali avranno meno garanzie da offrire, ma anche debiti decisamente inferiori. Giovanni Del Bianco @g_delbianco