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Milan, l'ultimo stadio di Berlusconi

Parlando del nuovo stadio del Milan partiamo una volta tanto dalla realtà: anche ammettendo un grande entusiasmo del Comune di Milano per il progetto rossonero relativo all'area milanese del Portello (di fronte alla nuova sede del club, dopo tanti anni in via Turati), entusiasmo che anche per evidenti motivi politici non c'è e non ci potrà essere prima dell'anno prossimo, e qualche concessione ai residenti che in Italia per definizione sono contrari a ogni innovazione, lo stadio sognato da Barbara Berlusconi e da suo padre che in privato vagheggia di chiamarlo con il suo nome, un po' meno dai suoi fratelli Pier Silvio e Marina (mentre Mister Bee è nella sostanza indifferente, al di là del fatto che entro la fine del mese si abbiano sue notizie) non ospiterà partite di calcio prima del 2020. Come a dire, una data in cui magari l'Italia non esisterà più... E tutto questo prendendo per buoni i 300 milioni di euro di investimento previsti, cifra secondo noi realistica, ai quali aggiungere l'affitto annuale (circa 4 milioni a stagione) per 50 anni, che rende subito evidente la differenza con lo Juventus Stadium: a Milano un terreno pagato a carissimo prezzo (200 milioni, alla fine di tutto), a Torino un quasi regalo del Comune a imprenditori privati (in sostanza un decimo di quanto pagherà il Milan), sia pure in un'area di tutt'altro prestigio rispetto a quella della vecchia Fiera. Lo stadio bianconero, citato spesso a sproposito perché non è nato sul nulla ma è dove c'era il Delle Alpi, è anche costato di pura costruzione circa un terzo di quanto è previsto per il Silvio Berlusconi Stadium, chiamiamolo così, e meno di quanto Thohir avrebbe in teoria intenzione di spendere (120 milioni) soltanto per ammodernare San Siro. I freddi numeri dicono quindi che la Juventus ha avuto evidenti vantaggi dal nuovo stadio e che ha fatto benissimo a costruirselo, ma che 120 milioni spesi in un contesto politico amichevole, per non dire di peggio, non sono 500 (300 più 200) in uno ad altissimo rischio. Senza addentrarci in trascurabili dettagli come la viabilità e l'ordine pubblico (la grande idea sarebbe quella degli ingressi a scaglioni: e l'uscita?), abbiamo volutamente tenuto per ultimi i discorsi su tifosi e media. La stragrande maggioranza di chi tifa Milan non lascerebbe mai San Siro, non soltanto perché adesso ci arriva anche la metropolitana ma perché è nato come casa del Milan e del Milan, non soltanto berlusconiano, ha visto tutti i momenti più gloriosi e tristi, che per i tifosi veri sono quasi medaglie. Senza contare che l'impressione sarebbe quasi di regalarlo all'Inter, pur essendo lo stadio sempre del Comune. Stranamente invece i media, di solito così attenti ad inseguire il loro pubblico soprattutto verso il basso, sono quasi unanimemente entusiasti di un progetto che al momento consiste nel disegno di un architetto e nella speranza che il prossimo sindaco di Milano sia di centro-destra. Spiegazione: il partito del cemento porta vantaggi a tutti, quello della buona gestione molto meno. E poi ci sentiamo tutti più intelligenti, disquisendo di grandi scenari sulla base di informazioni fornite dagli uffici stampa. L'ufficio dietrologia ci informa invece che tutto potrebbe essere solo una brillante strategia di marketing, oltre che un'occupazione a tempo pieno per uno dei due amministratori delegati (per la gioia evidente dell'altro, che non abbandonerebbe mai San Siro), in attesa che il Berlusconi vero faccia chiarezza sul futuro della società. Al momento l'unica realtà in costruzione è quella della Doyen, che non criminalizzeremmo a prescindere (troppi mediatori e direttori sportivi maneggioni ci impediscono di rimpiangere il bel calcio di una volta) e che nel presente potrebbe dare più soddisfazioni di una Xanadu inutile. Twitter @StefanoOlivari