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La scomparsa del Parma, delitto evitabile

Niente serie B per il Parma, nella migliore delle ipotesi e soltanto in presenza di qualche imprenditore di buona volontà il prossimo campionato di una delle squadre italiane più famose nel mondo sarà la serie D. Epilogo logico, a prima vista: al di là delle parole e delle cordate, nessuno ha avanzato offerte per un club che aveva all'inizio della procedura fallimentare 220 milioni di euro di debito complessivo e sotto contratto diversi giocatori con un discreto mercato ma non tale da raccattare più di 30 milioni in totale: buon per Mirante, Cassani, José Mauri, Galloppa, Mariga, Palladino, Cerri, eccetera, che da svincolati diventano obbiettivi pregiati anche di grandi club. Come del resto grande era il Parma, visto che nell'ultimo quarto di secolo al di fuori delle tre grandi tradizionali nessun club italiano ha fatto meglio del Parma, sia per trofei alzati sia per status internazionale, per non parlare del nome di tanti suoi giocatori: da Buffon a Cassano, passando per Thuram, Cannavaro, Dino Baggio, Crespo e tantissimi altri. In altre parole, è un delitto che un marchio così prestigioso associato a una città di rara civiltà (nessuna manifestazione demente o cassonetti rovesciati, come sarebbe accaduto in situazioni analoghe nel 90% dei casi) scompaia dai radar del grande calcio. Stabilire le responsabilità, penali o anche soltanto gestionali, di Ghirardi, Leonardi (incredibile che il direttore generale dal malore facile, pupillo di Moggi, abbia ancora mercato... anzi no, non è incredibile), Manenti, eccetera, è auspicabile ma purtroppo non cambierà lo stato delle cose. Detto che il vero problema è stato la mancanza di potenziali acquirenti, è però interessante notare che il debito per così dire sportivo (cioè verso altri club e verso tesserati), quello che fa la differenza fra la vita e la morte, era non più di un terzo del debito complessivo e nel corso di tre mesi a forza di rescissioni e rinegoziazioni i curatori lo avevano fatto scendere fino alla cifra, davvero modesta, di 22,5 milioni. Che anche nella versione più realistica di 40 milioni (i 5 milioni prestati dalla Lega per finire il campionato erano da restituire, mentre una società giuridicamente nuova non avrebbe potuto usufruire del contributo della A per le retrocesse) sarebbe stata una cifra tranquillamente tamponabile con qualche cessione eccellente, anche perché per vivacchiare in serie B non è che servano Messi e Neymar. Certo c'era anche il resto del debiti, verso banche o fornitori, ma di fronte alla prospettiva di non vedere mezzo euro qualunque creditore accetta concordati di proporzioni ridicole, nell'ordine del 10% del credito. In altre parole, in presenza di un imprenditore di cilindrata media (ci verrebbe da dire 'alla Ghirardi') il Parma sarebbe tranquillamente in serie B. Questo non toglie che la ricostruzione degli ultimi anni vada fatta dalla magistratura, perché anche a livelli più alti si spolpano le società per arricchimenti personali. Come affermò l'ex ministro Rino Formica a proposito del suo PSI, "Il convento è povero, ma i frati sono ricchi". Ecco, entriamo nei conti correnti dei frati e delle persone ai frati collegate, così capiremo come mai un club da centroclassifica aveva costi da Champions League. Twitter @StefanoOlivari