Basket

Sulla schiena di Gallinari

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La nuova puntata di Guerin Basket: l'anno dei Clippers e del loro leader, Porzingis che saluta i Knicks e una vittoria per Pistoia...

Che fine ha fatto Danilo Gallinari? Un certo modo di raccontare la NBA, esaltando le statistiche del giorno prima, o di due ore prima, magari ottenute contro realtà depresse, può far perdere di vista la sostanza. Anche la sostanza del rendimento del giocatore italiano più forte, quello che infortuni e qualificazione permettendo dovrà essere il nostro punto di riferimento ai Mondiali in Cina, nella prima metà del prossimo settembre. Nello stretto presente Gallinari è fermo dalla partita contro gli Warriors del 19 gennaio per l’ennesimo infortunio delle sue undici stagioni NBA, questa volta alla schiena. Non sembra grave, ma non si sa mai. Di certo i suoi Clippers dopo il buon inizio di stagione sono entrati in una situazione strana e sono al limite della zona playoff a Ovest: una squadra senza una vera identità, con Rivers a gestire l’esistente, una squadra dove comunque il Gallinari sano stava giocando molto bene, con 19 punti di media a partita (leader offensivo insieme a Tobias Harris e Lou Williams), eccellenti percentuali di tiro e una leadership che per un giocatore europeo non è mai scontata. Il miglior Gallinari di sempre è il giocatore più pagato, con oltre 21 milioni di dollari in questa stagione, di una squadra che non andrà da nessuna parte. Arriverà a 31 anni con zero titoli, insomma, e pur con tutto l’ottimismo del mondo l’Italia da Sacchetti non sembra da medaglia.

Soltanto l’eventuale passaggio di Anthony Davis ai Lakers potrebbe oscurare il colpo fatto dai Dallas Mavericks, che al talento giovanissimo di Luka Doncic hanno aggiunto quello giovane di Kristaps Porzingis, nel quadro di un megascambio con i New York Knicks con tanti nomi ma un risultato ben chiaro: un’altra stella, cioè il lettone, saluta i derelitti Knicks, che di fatto guadagnano DeAndre Jordan ma in un contesto deprimente e demotivante che certo non verrà ribaltato dal pur ottimo centro. Va detto che quella di Dallas è una scommessa perché Porzingis quest’anno non ha ancora giocato un minuto visto che sta recuperando dalla rottura di un legamento e che non sembra intenzionato a legarsi ai Mavericks a lungo termine: dopo gli anni a New York vuole una squadra da titolo e, con tutto il rispetto per Doncic, Dallas ancora non lo è. Questi i termini dell’operazione: ai Mavs Porzingis, Tim Hardaway, Courtney Lee e Trey Burke, ai Knicks Jordan, Dennis Smith, Wesley Matthews e due prime scelte future. Se Porzingis non tornerà quello di prima o non crederà nei progetti di Dallas allora l’affare potrebbe per una volta averlo fatto New York, che si ritrova con un centro di valore come Jordan, con un contratto però in scadenza, e in estate grandissimo spazio salariale per l’inseguimento di due grandi nomi per la rifondazione, con Kevin Durant sogno numero uno. La storia della NBA, anche quella recente, insegna però che i titoli raramente sono stati vinti con squadre nate da rifondazioni radicali, mentre i risultati hanno premiato chi ha creduto negli anni in un gruppo di giocatori, migliorandolo dove possibile. A riprova che la NBA è soprattutto un business i Knicks rimangono però la franchigia con il più alto valore stimato della lega, intorno ai 4 miliardi di dollari.

La serie A perde e soprattutto perderà i pezzi, inutile che stiamo a stilare il solito bollettino dei mancati pagamenti e dei debiti, ma non si fa mancare parentesi umoristiche. L’ultima è la sconfitta a tavolino dell’Olimpia Milano contro Pistoia, nonostante la vittoria sul campo, per via di una vecchia squalifica del neo-acquisto James Nunnally risalente al 2016. Una squalifica di cui Pistoia ha parlato subito dopo il fischio finale e che il giudice sportivo ha ovviamente verificato, visto che era scritta in un comunicato ufficiale (per quanto di due anni e mezzo fa) della federazione. In altre parole, i dirigenti stipendiati da Armani (oltre allo stesso Nunnally, che avrebbe potuto anche ricordare la situazione) non hanno fatto verifiche sulla posizione disciplinare di un loro acquisto, rimediando una figuraccia, e quelli di Pistoia, più attenti (per quanto non sportivi, visto che lo sapevano da prima), hanno dato alla loro squadra un successo importantissimo in ottica salvezza. Per Milano non cambia niente, anche con tutti suoi infortuni (il più doloroso, in ogni senso, quello di Gudaitis) dovrebbe vincere lo scudetto passeggiando e rischiare soltanto un po’ in Coppa Italia. Cambia invece molto per chi sta in fondo alla classifica, da Torino a Pesaro a Reggio Emilia. Ci sembra però assurdo ipotizzare complotti per salvare Pistoia, quando invece per il movimento ci sarebbe più convenienza nel farlo con le altre tre realtà.