Basket

Quindici anni con Nico Mannion

La quarta puntata di Guerin Basket: l'azzurro di Sacchetti che diventa All American, i titolari dell'All Star Game e l'Europa di Nunnally...

Dire che Nico Mannion sia un giocatore promettente è molto riduttivo, visto che il non ancora diciottenne (raggiungerà la maggiore età il 14 marzo) ha esordito con l’Italia di Sacchetti lo scorso primo luglio contro l’Olanda, in una partita per le qualificazioni mondiali. Ma il fatto che sia stato convocato per il Mc Donald’s All American Game, il prossimo 27 marzo a Chicago, è una cosa davvero notevole. Certo non stiamo parlando di un prodotto della scuola italiana, visto che sta facendo il liceo in Arizona, a Phoenix, e che ha scelto l’Italia dopo una delusione con le selezioni giovanili statunitensi. Ma questa guardia, figlio del Pace Mannion che tanti anni ha giocato in Italia (molto amato soprattutto a Cantù, con cui vinse la Coppa Korac 1990-91) e di un’italiana, è di una cilindrata superiore e con lui la Nazionale sarebbe a posto 15 anni. Un’altra buona notizia è che frequenterà il college (si è promesso ad Arizona, che ha sede a Tucson), probabilmente lo farà per più di un anno.

Passando ai grandi diciamo una volta di più che l’All Star Game NBA non è una partita vera, come tutti gli All Star Game del mondo, ma chi ne viene escluso ci rimane sempre male. Questione di status, con ricadute finanziarie, di marketing e anche sportive: essere o essere stato un All Star cambia la percezione da parte di compagni, avversari, allenatori e arbitri. Questa premessa per dire che anche l’All Star Game 2019 farà discutere più per le convocazioni che per la partita stessa. Dopo le votazioni di tifosi, giocatori e giornalisti la NBA ha annunciato i dieci cosiddetti starter delle due formazioni che si affronteranno il 17 febbraio a Charlotte. Per la Western Conference i cinque più votati sono stati LeBron James, Harden, Curry, George e Durant. Per la Eastern, invece, il più votato è stato Giannis Antetokounmpo, seguito da Leonard, Embiid, Irving e Kemba Walker. Non significa che saranno i due quintetti che si sfideranno, perché dall’anno scorso l’All Star Game ha dovuto subire un’innovazione demenziale: non più Ovest contro Est, formula che aveva stancato ma che aveva comunque una tradizione, ma due team scelti dai due capitani, cioè dai due giocatori più votati nelle due conference (quindi James e Antetokounmo), con possibilità di chiamare chi vogliono a prescindere dalla conference di appartenenza. Team LeBron contro Tean Giannis, quindi. Una stupidaggine arricchita, si fa per dire, dal pomposo draft. Per dare un po’ di pepe a questa partita sarebbe bastato un normale Stati Uniti contro Resto del Mondo, visto che il Resto del Mondo ha tranquillamente i giocatori per tenere botta, a partire appunto da Antetokounmpo. A proposito di Resto del Mondo, incredibile quanto accaduto a Luka Doncic, secondo più votato dai tifosi a Ovest ma punito dal voto di giornalisti (sesto) e giocatori (ottavo!). Può ancora rientrare dalla finestra delle riserve, che sono scelte dagli allenatori, ma la sensazione è chiara: la NBA cavalca gli international players per motivi di marketing (banalmente perché in molti casi sono bianchi, in una lega dove dominano i neri), ma tutto sommato continua a considerarli degli intrusi.

Con James Nunnally l’Olimpia Milano diventa in Serie A una squadra imbattibile ed in Eurolega una mina vagante che vale senz’altro più dell’attuale ottavo posto: di sicuro non centrare i playoff con Nunnally sarebbe un fallimento. Pochi come lui spiegano bene la differenza fra l’Eurolega, da lui vinta due anni fa con il Fenerbahce dopo la meravigliosa stagione ad Avellino in cui fu MVP, e una NBA che lo ha respinto per l’ennesima volta, probabilmente l’ultima visto che gli anni sono ormai 29. Negli Stati Uniti saper fare bene un po’ di tutto non è di per sé un pregio, quando si è al di sotto del livello delle stelle: né guardia dal tiro infallibile (nelle varie esperienze NBA ha avuto da 3 il 25%) né atleta-mazzolatore straripante, Nunnally è quello che vent’anni fa avremmo definito ala piccola. Ruolo che nella pallacanestro europea e in quella di Pianigiani ha ancora cittadinanza, sia pure nel quadro di un gioco molto basic, in cui il pallone viene spesso toccato soltanto da un paio di giocatori per azione. Poi lui come tanti altri che spopolano in Europa (compreso il neo-compagno Mike James) è convinto, sul piano strettamente tecnico anche con ragione, che nella NBA giochino almeno 100 giocatori peggiori: di solito non è un buon atteggiamento, ma la realtà alla fine va accettata.