Basket

Il nuovo vecchio Alessandro Gentile

Nella prima puntata del 2019 di Guerin Basket la rinascita all'Estudiantes di un grande talento, Boniciolli per salvare Pesaro e il derby Kanter-Turkoglu...

Alessandro Gentile è ancora vivo e anche se ha soltanto 26 anni non è banale dirlo. La scelta dell’Estudiantes, fra le peggiori squadre della ACB, per proseguire il suo percorso di ricostruzione aveva stupito molti e messo nella testa dell’appassionato medio una sola domanda: come è possibile che dopo la fine del sogno Rockets uno come Gentile non abbia trovato uno straccio di squadra in Italia? Sta di fatto che dopo un inizio poco brillante l’azzurro è diventato la stella o giù di lì di una squadra che di stelle non ne ha, un posto in cui ha ritrovato l’ex Milano Omar Cook ma dove certo fino a tre mesi fa nemmeno si sarebbe sognato di giocare. Intanto domenica scorsa è stato il protagonista assoluto, con 25 punti, nella vittoria contro il Real Madrid di Llull e Rudy Fernandez. In Spagna Gentile ha risolto i suoi problemi con il tiro da tre, nel senso che da tre tira pochissimo (con il 27%) e sfrutta i suoi punti di forza, cioè la capacità di tenere i contatti negli isolamenti e la personalità nel condurre i contropiede. Stando alle partite viste e visibili in Italia non è certo un giocatore in evoluzione, ma è un giocatore maturato che forse ha smesso di sentirsi una potenziale stella NBA ingiustamente esiliata in Europa. La serie A dovrebbe avere fame di quei pochi italiani visibili. Dovrebbe, appunto.

L’esonero di Massimo Galli, ma soprattutto il ritorno su una panchina di serie A di Matteo Boniciolli, dicono che la Victoria Libertas Pesaro non si è rassegnata al suo ruolo di più autorevole candidata all’unica retrocessione in A2. Ultimo a pari punti con Pistoia e Torino, a una sola vittoria da Cantù, Brescia e Reggio Emilia, il club presieduto da Ario Costa ha preso atto che gli americani stavano giocando contro l’allenatore, con un atteggiamento che ha imbarazzato anche i telecronisti RAI (già di culto il fuori onda di Riccardo Pittis), e ha preso una decisione drastica per mettere una pezza all’ennesima stagione negativa, che nell’ultimo mese è stata addirittura tragica con sei sconfitte consecutive dagli scarti abissali. Ormai bisogna risalire al 2011-12, non a caso ultimo anno di Daniel Hackett in biancorosso (allenava Dalmonte), per trovare Pesaro all’altezza della sua storia. Per Boniciolli una sfida difficile, in una squadra in cui di fatto giocano in sei, ma non impossibile visto il livello della concorrenza e il paracadute (ma non si può dire) delle situazioni di Avellino e Cantù. Dopo le dimissioni per motivi di salute dalla Fortitudo Bologna il meritato ritorno in pista di uno dei pochi allenatori che ci mette la faccia e non si rassegna alla decrescita (in)felice del movimento. Possibile che cambi qualche elemento (Artis e Murray su tutti), probabile che fin da subito si veda una mano più dura.

La NBA sta di solito alla larga dalla politica, limitandosi alla beneficenza poco silenziosa e alla pulitura della propria immagine attraverso cause condivise. Ma non può evidentemente controllare i suoi giocatori, a maggior ragione nell’era dei social network. Per questo Enes Kanter è un osservato speciale della lega, non perché corra pericoli di morte come lui stesso ha dichiarato (magari li corre davvero, per la sua opposizione al regime di Erdogan nella sua Turchia, ma non è questo che preoccupa la NBA), ma perché un giocatore pensante al di là del fiacco mainstream antitrumpiano (LeBron e Curry si sono jordanizzati?) non è utile alla vendita del prodotto nel mondo. Sta di fatto che contro il giocatore dei Knicks si è scagliato Hedo Turkoglu, ora presidente della federbasket turca dopo una lunga militanza NBA, asserendo che il connazionale (?) non andrà a Londra con i Knicks semplicemente perché non ha più un passaporto turco valido. La risposta di Kanter è stata postare sui social network una foto del suo visto americano che gli consente di viaggiare, bollando Turkoglu come ‘cane da salotto di Erdogan’. Al di là del caso specifico e del dettaglio che la Turchia sia un paese della NATO, il giocatore pensante dà fastidio al marketing e la NBA non vorrebbe ritrovarsi nella stessa situazione degli anni Novanta, quando nel dopopartita non mancava mai la domanda sulla guerra a tutti i giocatori della ex Jugoslavia, da Petrovic in giù.