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Serie A, un successo sempre meno italiano

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Parte la novantasettesima edizione della serie A di pallacanestro, il secondo campionato più antico d'Italia dopo quello di calcio, con la solita Milano grande favorita ma anche tanti temi interessanti. Pochi invece gli italiani con realistiche possibilità di essere protagonisti...

Parte il campionato italiano di pallacanestro, il secondo più antico d’Italia dopo quello di calcio, ma di italiano e di riconoscibile la nostra (nostra?) serie A ha sempre di meno. A causa dei troppi stranieri, ma soprattutto dei troppi stranieri nuovi. In questo ambiente dove tutto è provvisorio le statistiche cambiano da un giorno all’altro, ma mentre scriviamo queste righe circa il 31% dei giocatori della serie A 2018-19 l’anno scorso non giocava in serie A, né nella squadra attuale né altrove. E solo in minima, minimissima parte stiamo parlando di giovani saliti dalla A2…

In altre parole, è già tanto se i tifosi si ricordano i nomi dei giocatori della propria squadra. Un discorso che va al di là degli italiani utilizzabili per la Nazionale di Sacchetti, visto che i teorici migliori (Gallinari, Belinelli, Datome, Melli, Hackett) giocano all’estero, Alessandro Gentile è in senza contratto in una terra di nessuno e Bargnani si è di fatto ritirato da un anno. L’idea di quintetto base nella pallacanestro di oggi ha meno senso che in quella di ieri, ma guardando i roster delle 16 squadre non ci vengono in mente più di 7 o 8 giocatori da quintetto: Aradori alla Virtus Bologna, Luca Vitali e Abass a Brescia, Polonara a Sassari, Cervi (sperando anche in Candi o nell’esplosione di Mussini) a Reggio Emilia, Flaccadori e Pascolo a Trento. Poi tanti giocatori di complemento, con la situazione molto particolare dell’Olimpia Milano, dove gli italiani di valore non mancano (Della Valle, Fontecchio, Cinciarini, più i passaportati Burns e Brooks) ma essendo in un contesto da Eurolega, con 12 (anzi 13, al momento) giocatori veri avranno i minuti necessariamente razionati da Pianigiani.

La favorita d’obbligo per lo scudetto è proprio la Milano campione d’Italia, che quest’anno ha evitato la solita rivoluzione estiva e propone 7 (8 con Fontecchio, che era in prestito a Cremona) volti già visti l’anno scorso. Sulla carta soltanto Venezia e Avellino hanno i nomi per starle in scia, ma è quasi impossibile per loro sognare qualcosa di più di una onorevole serie finale per lo scudetto. Il resto è classe media (Trento, Sassari, Virtus Bologna, Torino) o realtà che scamperanno alla retrocessione soltanto perché Pesaro pare davvero poco attrezzata. Da notare che ne scenderà una mentre dalla A2 ne saliranno tre (le due vincitrici dei gironi più una terza da un superplayoff), con il risultato di avere dal 2019 una serie A a 18 squadre. Non è di per sé un male, visto che in A2 premono piazze che in serie A farebbero la loro figura, ma in futuro compilare i calendari diventerà impossibile, non solo per le folli finestre per nazionali dimezzate ma anche perché quasi tutti ormai partecipano a una coppa europea, per svalutata che sia. Milano all’Eurolega, Brescia, Trento e Torino all’Eurocup che è agganciata al treno Eurolega, Avellino, Venezia e Bologna alla Champions League FIBA (Cantù è stata già eliminata nellle qualificazioni), Varese e Sassari alla FIBA Europe Cup. 10 squadre sulle 16 della A, quindi, sorvolando sull’inflazione di partite insulse e sulla confusione che generano nell’appassionato anche abbastanza informato.

Tornando alla serie A, bisogna dire che al netto del rimpianto per i bei tempi il pubblico nei palazzetti continua ad esserci come ai bei tempi andati e che fra Rai ed Eurosport ogni partita sarà visibile. Molti i personaggi da tenere d’occhio. Su tutti Larry Brown, allenatore per cui l’aggettivo leggendario non è usato a caso, che a 78 anni ha accettato l’avventura di Torino, ma la curiosità c’è anche per Norris Cole, bicampione NBA con gli Heat di LeBron James,3 arrivato ad Avellino (che con Nichols ha fatto un altro colpo eccellente), oltre ovviamente che per stelle di prima grandezza come i neo-ingaggi milanesi Mike James e Nemanja Nedovic. La pallacanestro italiana è ancora viva, anche se è italiana soltanto per modo di dire. Per il pubblico reale, quello che segue le partite dal vivo, non sembra però essere un problema.