Basket

Belinelli sì e Gallinari no

© USA TODAY Sports

Iniziano i playoff NBA, con l'azzurro dei Sixers che sta giocando la miglior pallacanestro della carriera e a Est potrebbe fare strada. Tutta da dimenticare invece la stagione del giocatore dei Clippers, che peraltro ne ha seguita tre quarti come spettatore...

L’inizio dei playoff NBA è sempre emozionante, non fosse altro perché ci si libera di una stagione regolare in certe fasi giocata in maschera o in versione sperimentale-tanking. Discorso che in questa stagione vale ancora di più, considerando i tanti infortuni (in particolare i due che hanno tolto ai Celtics le loro stelle Irving e Hayward) e le squadre letteralmente ribaltate a metà cammino, su tutti i Cavs di LeBron James. Per l’Italia però la copertina la merita Marco Belinelli e non soltanto perché è l’unico italiano presente in post-season, ma perché all’interno dei Sixers ha uno status molto importante. La squadra allenata da Brett Brown è piena di talento giovane (Ben Simmons, Markelle Fultz, Joel Embiid) ed ha un primo turno non impossibile contro i Miami Heat, con la prospettiva di incontrare in quello successivo i Celtics che in questo momento non sembrano più forti di loro, anzi. Una finale di conference con i Toronto Raptors o i Cavs è difficile da ipotizzare, ma per quello che si è visto nelle ultime settimane non è fantabasket. Così come non è strampalato affermare che in questi mesi (dopo l’uscita dal contratto con Atlanta) il trentaduenne Belinelli stia giocando la miglior pallacanestro della carriera, sotto ogni aspetto.

Prima ancora della prima palla a due, in Golden State Warriors-San Antonio Spurs (sabato alle 21 italiane), c’è già un record battuto ed è quello dei giocatori stranieri (in gergo NBA definiti ‘international’) partecipanti ai playoff: la bellezza di 62, provenienti da 33 nazioni diverse, di cui 36 europei. Una clamorosa media di quasi 4 per squadra, come dire che un terzo dei roster è formato da giocatori non statunitensi. La squadra con più stranieri è proprio quella di Belinelli, con sette, numero eguagliato dagli Utah Jazz. Interessante, soprattutto ricordando le nazionali B schierate nelle due ‘finestre, osservare la divisione per nazioni: 7 francesi (Tony Parker è con gli Spurs alla diciassettesima presenza consecutiva nella post-season, in 17 stagioni…), 7 australiani, 4 canadesi, 4 spagnoli, 3 rappresentanti per Turchia, Croazia, Camerun e Brasile, per poi scendere verso chi ha un solo giocatore, come appunto l’Italia. Insomma, la NBA non è la misura di tutto ma certo è che nemmeno in teoria (la pratica è quella dei ripetuti fallimenti dell’ultimo decennio), giocando con le figurine, la nostra Nazionale può essere considerata fra le prime dieci del mondo.

La scorsa estate sembravano da playoff facili, con prospettive anche ambiziose, i Clippers di Danilo Gallinari, ma la stagione è stata pessima sia per loro sia per l’azzurro che si era presentato con la mano fratturata dopo il pugno a Kok che gli aveva fatto perdere gli Europei. Quasi mai la squadra è stata al completo e il dopo Chris Paul (protagonista nei Rockets di D’Antoni, favoriti per la vittoria finale insieme ai Warriors) è stato peggiore del previsto, con la mazzata dello scambio di fine gennaio che ha chiuso anche l’era di Blake Griffin, cioè uno dei giocatori più riconoscibili della lega. Fra l’altro sembra al capolinea anche la gestione di Doc Rivers e sarebbe sorprendente se DeAndre Jordan rimanesse. Insomma, al di là delle sue condizioni fisiche Gallinari è rimasto impantanato in una situazione perdente, ma si sa che uno scambio dalla sera alla mattina può cambiare la carriera. Aver giocato 21 partite su 82 non è di sicuro un bel biglietto da visita per un trentenne che nei prossimi due anni di solo ingaggio guadagnerà una media di 22 milioni di dollari a stagione.