Basket

La serie A italiana diventa più italiana

La Lega Basket ha ufficializzato, su ispirazione del presidente federale Petrucci, le regole per i prossimi quattro campionati di serie A. Al massimo ci potranno essere sei stranieri a referto (con sei italiani) e come minimo cinque italiani (con cinque stranieri) Occhio alla formazione...

A 22 anni dal primo campionato post-Bosman, la pallacanestro italiana abolisce la distinzione fra comunitari ed extracomunitari, nel nome della difesa del giocatore nostrano. Modificando in maniera furba (vedremo quanto) la definizione di giocatore italiano… La Lega Basket ha infatti ufficializzato che dalla prossima stagione e fino a tutta quella 2021-22, le regole per le 16 (o più…) squadre partecipanti saranno le seguenti: chi opta per mandare a referto 12 giocatori potrà schierare un massimo di 6 stranieri e un minimo di 6 italiani, per chi invece opta per i 10 giocatori la formula sarà di 5 più 5. Nota a margine: le squadre da 6 più 6 dovranno pagare una sorta di luxury tax (definita burocraticamente ‘Addebito sulla scheda contabile federale’) di 40.000 euro. Ai prezzi e alla qualità stracciati di oggi sono soldi che quasi consentono l’ingaggio di un americano in grado di stare in campo dignitosamente. Questa la notizia, con la Lega che di fatto si piega al presidente federale Petrucci e indirettamente a Malagò, notizia a cui sono da aggiungere alcune considerazioni.

La prima è che questo provvedimento ha il merito di far sparire le varie distinzioni fra stranieri (extracomunitari o comunitari, spesso con passaporti regalati, con il concetto di comunitario esteso a tutti i paesi europei e anche a quelli africani firmatari della convenzione di Cotonou) e italiani (passaportati, naturalizzati grazie alla maglia azzurra, italiani per così dire veri). Si parla infatti esplicitamente non di passaporti, ma di formazione. Italiano è considerato chi è di formazione italiana, cioè ha disputato, senza distinzione di cittadinanza, almeno 4 stagioni sportive nei campionati giovanili della FIP. Disputato sul serio, cioè giocando almeno 14 partite a stagione. Traduzione: il presunto baby fenomeno straniero per essere considerato di formazione italiana deve essere entrato in un campionato FIP al più tardi a 15 anni. La formazione è quindi in parte un escamotage per evitare ricorsi all’Unione Europea ma in parte anche un elemento di chiarezza: un passaporto si può sempre comprare, nell’Europa dell’Est più facilmente che in quella dell’Ovest, ma quattro anni di vita no.

In positivo l’idea di Petrucci porta quindi trasparenza, in negativo stabilisce per decreto che esistano minimo 80 (16 per 5) giocatori italiani in grado di stare decentemente in serie A. In molti, anche fra gli addetti ai lavori (magari di quei club, cioè quasi tutti, che hanno squadre Under 19 finte e con allenatori dilettanti), sostengono che questi italiani non ci siano e rimpiangono il presunto grande livello di una volta, senza pensare però che gli italiani della pallacanestro prima del 1996 sembravano mediamente migliori perché giocavano contro ‘solo’ due stranieri avversari. Questo provvedimento è quindi sì una scommessa, ma anche uno stimolo a rendere più italiano il campionato italiano. Con statistiche quindi dopate e che non sono confrontabili a quelle di oggi. Il sottoprodotto negativo sicuro sarà quello di allungare le carriere di giocatori anziani e/o mediocri, presi soltanto per fare numero rischiando meno che con i giovani. Nel medio periodo magari questa quota protetta sarà uno stimolo, anche se metterla in relazione ai risultati della Nazionale può essere fuorviante. Le peggiori regole possibili, anzi di fatto nessuna regola, hanno prodotto la generazione dei Bargnani-Belinelli-Datome-Gallinari: in teoria quella più talentuosa di sempre, in pratica quella che con la maglia azzurra ha collezionato con allenatori diversi (nessuno scarso) un decennio di fallimenti. Difficile che la serie A italianizzata per decreto produca risultati peggiori.