Basket

Sassari e Reggio Emilia, in finale la provincia che pensa in grande (Guerin Basket)

Due esordienti giocheranno la finale dei playoff di basket di questo anno, alternandosi tra la pianura padana e il nord della Sardegna per un totale di 8.032 (3.500 + 4.532) posti a sedere. Basket di provincia, si dirà, dove conta molto la pianificazione, la scelta dei giocatori, la continuità degli allenatori. Da una parte Massimiliano Menetti, capo allenatore di Reggio Emilia, dove è cresciuto, dal 2011, classe ’73 quindi annoverabile tra i giovani, dall’altra Meo Sacchetti, capo allenatore della Dinamo Sassari dal 2009, ex cestista di altissimo livello, classe 1953, sicuramente non giovane, ma solo anagraficamente. Una finale con meno appeal di un Milano-Bologna, meno ascolti e meno spazi sui giornali, ma con molto da dire e molto da copiare, per chi ne avrà voglia. Le finaliste Reggio Emilia centra la finale scudetto in un anno sicuramente sfortunato che ha visto infortuni continui ai suoi giocatori più importanti e particolarmente intensi nell'ultima fase del campionato. La ciliegina sulla torta è stato lo strappo muscolare di Lavrinovic estromesso dai playoff e che ha seguito la tallonite di Della Valle e i problemi alla mano di Diener poi infortunatosi definitivamente. La squadra ha saputo far quadrato attorno a coach Menetti e ha vinto gara 6 grazie alla sfrontatezza di Della Valle e alla grinta di un motivatissimo Cinciarini, al culmine di una grande crescita tecnica ma anche caratteriale e candidato di diritto alla guida della nazionale per questa estate. Il rientro di Lavrinovic e un Kaukenas in buona forma, affiancati dal trio Polonara, Della Valle e Cinciarini hanno permesso a coach Menetti di giocare gara 7 in maniera estremamente tattica, con difese a zona contro cui si sono scontrati gli attacchi di Venezia e un ritmo di gioco basso e controllato. Ne ha risentito lo spettacolo, ma ne è valsa la pena. Reggio Emilia mostra che il giusto mix tra Italiani e stranieri di qualità paga. In particolar modo paga l’attaccamento alla maglia mostrato da Della Valle, Cinciarini e Polonara, cresciuti in maniera incredibile nel corso della stagione, chiamati a responsabilità sempre più grandi e capaci di instaurare un legame con la società e i tifosi che raramente si vede tra i tanti, troppi, giocatori provenienti da oltre oceano e che vestono le maglie delle squadre italiane. Paga, e tanto, puntare su giocatori stranieri di livello, aspettandoli anche quando sono infortunati. È il caso di Lavrinovic rientrato in gara 7 dopo l’ennesimo infortunio e capace di una prestazione determinante. Prima volta in finale per Sassari. Anzi, a dirla tutta, prima volta per una squadra proveniente da un'isola (Sardegna, quindi, ma anche Sicilia, per non parlare poi di Elba, Eolie, Lampedusa e via dicendo) e quindi esordio e niente esperienza, ma storia, bella o brutta che sia, da scrivere. La squadra di Sacchetti ai quarti ha fatto due volte la strada tra l'inferno e il paradiso, guadagnandosi la finale playoff nel salotto buono (l'ultimo rimasto) del basket, gremito di VIP non VIP, tifosi grandi e piccoli, contestatori e non, ma gremito anche da un manipolo di tifosi della Dinamo “incastonati in alto come la cosa preziosa che sono” come li ha definiti Geppi Cucciari, che di basket e di Sardegna ne sa. Giunti a Milano via mare e tornati a casa contenti, orgogliosi e con i brandelli del tricolore di Milano tra le mani. Sacchetti ha riplasmato la sua squadra, stanca nel finale del campionato, ribadendo ruoli e responsabilità, migliorando il gioco di squadra, richiamando i propri uomini a dare quel che avevano per scrollarsi di dosso, definitivamente, l'etichetta di “cicala”, canterina per una notte, ma sgolata nei giorni a venire. E così è stato: pur avendo dimostrato di soffrire la serie delle sette partite, il gruppo ha dato il meglio di se in gara 7 riacciuffando un overtime all'ultimo secondo e poi giocando gli ultimi 5 minuti senza lo sguardo spento visto in Sardegna. Bravissimi Logan e Dyson, ma imprescindibile la prestazione di Lawal autore di una doppia doppia palindroma (12 punti e 21 rimbalzi) che ha colpito Milano sotto le plance, proprio dove si sentiva più sicura. Ora Sacchetti deve preparare la sua prima finale playoff, (gara 1 e 2 senza Lawall squalificato) dopo aver scucito lo scudetto dal petto di Milano, ricordando ai suoi che l'appetito vien mangiando e il “triplete” è lì dietro l'angolo. Le eliminate Milano chiude l'anno senza aver messo nulla in bacheca: coppa Italia, supercoppa, scudetto (per non parlare di Eurolega) sono sfilate come occasioni perse una dopo l'altra lasciando amaro in bocca, ma anche e soprattutto macerie e non fondamenta su cui ricostruire. Costruita per vincere e con grandi giocatori, l'Olimpia ha avuto un rendimento costante dal solo Samuels, giocatore di incredibile solidità sotto canestro ma destinato a portare un peso troppo grande anche per le sue spalle. Gentile si è dimostrato un vero talento, ma ha steccato gara 7 , cui a onor del vero, l'Olimpia ha partecipato proprio grazie a lui. Hackett non ha ripagato le attese, in particolar modo ci si aspettava un giocatore più maturo, che invece ha lasciato i compagni di squadra al loro destino in gare 5 e 6 (peraltro le migliori della serie per l'Olimpia... che voglia dire qualcosa?). Ragland Brooks ed Elegar hanno avuto un impiego molto discontinuo da parte di un Banchi che ha faticato a dar loro fiducia (ma bisogna dire che è difficile impiegare Ragland al posto di Hackett quando il padrone della squadra si presenta a una partita con la maglietta di quest'ultimo). Melli non pare giocatore che può fare la differenza, ma è stato impiegato più di quel che avrebbe dovuto a causa dell'inconsistenza (in particolar modo difensiva, ma comunque a tutto tondo) di Kleiza, il vero bidone di Milano di quest'anno. Ora la palla sta a Portaluppi che dovrà progettare e poi ricostruire per il futuro, partendo dal coach (Djordjevic? Pianigiani?) convincendo qualcuno a restare e qualcun altro ad andare via, ma soprattutto guardandosi intorno, mentre la tifoseria, ingrata, rumoreggia, protesta e contesta, come se dopo Armani ci fosse qualcun altro... in Italia. Venezia spreca una buona occasione in gara 7 e di fatto compromette un campionato di alto livello, fallendo l’approdo a una finale che poteva e doveva essere il coronamento della stagione. Le colpe della squadra di Recalcati sono di essere stata molo discontinua nella serie, alternando buone prestazioni a serate da dimenticare. La società poi (ma in particolar modo il suo presidente) è sembrata pronta a polemizzare con gli arbitri, colpevoli di qualsiasi cosa, ma non a cercare di compattare la squadra che faticava a ritrovarsi. Il pur esperto coach non è riuscito a focalizzare i suoi giocatori sull’obiettivo, perdendo di intensità nella fase più importante della stagione. Persa anche la scommessa Aradori, arma in più, ma dalle polveri bagnate, che, arrivato per aiutare Venezia nei playoff, probabilmente con l’idea di avere una chance in più per EuroBasket 2015, non è riuscito a trovare un suo posto negli equilibri, spesso molto labili, della Reyer. Da salvare Goss, unico a segnalarsi per continuità e alto rendimento durante tutta la stagione. Da rivedere Peric, probabilmente la miglior ala forte della serie A, che ha avuto troppi black out proprio durante la fase finale del campionato e in particolar modo nei playoff. Il sette volte campione d’Italia Ress è stato spesso il vero cuore della Reyer, forse ci si aspettava qualcosa di più da lui nei playoff ma gli anni dicono che il suo ruolo non può essere di quantità, ma di qualità. Sotto le aspettative anche Ortner e Viggiano, così come Stone, play andato spesso fuori giri contro gli attacchi avversari. Il futuro di Venezia è tutto da costruire la prima scelta riguarda la panchina, aspettando le decisioni di Recalcati. Luigi Ceccon, per Guerin Basket