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Guardiola-Manchester City e la convenienza del progetto

Quasi tutti gli allenatori, anche quelli nel giro dei grandi club, sono giudicati in base alle vittorie. Nelle poche realtà con una dirigenza illuminata i risultati vengono, nella migliore delle ipotesi, messi in relazione al valore della propria rosa e di quelle avversarie. Ma Pep Guardiola è l'unico che oltre alle vittorie, che nel suo curriculum peraltro sono abbondanti, vende un'idea e in definitiva se stesso: un pacchetto completo per chi è schiavo del mito del 'progetto'. E così partono gli ooohhh di meraviglia per il Bayern a cinque punte, quando soltanto Lewandowski fa l'attaccante mentre gli altri (Robben, Müller, Douglas Costa e Coman) a turno fanno i centrocampisti: quando poi Lahm e Alaba spingono molto, siamo in zona Metodo (anni Venti e Trenta). Ma al di là dello spirito di sacrificio degli ex attaccanti del Bayern, rimane il fascino indiscutibile di Guardiola. Per questo è l'unico fra i grandi della panchina a poter essere annunciato con sei mesi di anticipo sul suo insediamento: accadde così per il Bayern Monaco nel 2013, a metà del suo anno sabbatico a New York, è accaduto così per il Manchester City che ha deciso di salutare Pellegrini nonostante sia in piena corsa per tutti gli obbiettivi, dal campionato (con tutti rispetto per Ranieri, avanti di due punti) a quella Champions League dove il City non ha mai esattamente brillato. Le cifre, al netto della tassazione inglese 15 milioni di euro a stagione fino al 2019 quando magari esisterà la nazionale della Catalogna, fanno impressione a noi ma non certo al Mansour della situazione. Il cuore del discorso è un altro: perché allenatori con lo stesso grado di competenza ed esperienza vengono giudicati da progetto ed altri invece da tenere sul filo del risultato? Esempi italiani: da risultato sono considerati mediaticamente, ma anche dai loro dirigenti e non solo nel club attuale, Allegri, Mihajlovic, Pioli e Donadoni, mentre da progetto a medio-lungo termine sono considerati Sarri, Mancini, Spalletti e Paulo Sousa. Ci sono pro e contro in entrambe le etichettature: se sei da risultato ti cacciano per un tiro che va sul palo invece che in gol (tre mesi fa si parlava tranquillamente di Allegri al capolinea, reo di non valorizzare Dybala...), se sei da progetto raggiungere gli obbiettivi stagionali (Mancini avrebbe in estate firmato per essere in corsa per la Champions a febbraio) non serve se manca l'estetica. Pellegrini è poi un caso curioso: è stato considerato uno da progetto fino all'anno al Real, poi è diventato un vecchio (adesso ha quasi 63 anni) mestierante. Certo essere da progetto conviene un po' di più che non esserlo: la giacca e la sciarpa giuste, qualche parola motivazionale e nella peggiore delle ipotesi potrai sempre rivendere il progetto alla prossima squadra. Twitter @StefanoOlivari