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Il colore di Sacchi

Solidarietà con l'asterisco ad Arrigo Sacchi, attaccato dalle centinaia di opinionisti che hanno vergato migliaia di articoli sulla bellezza del costruirsi i giocatori in casa, del prodotto italiano, della nazionale, della cantera, eccetera. Tutto per una frase infelice, anche se in linea con il linguaggio reale del 90% degli addetti ai lavori, pronunciata lunedì sera a Montecatini, sui troppi giocatori di colore nelle squadre giovanili italiane, che riprendeva un suo discorso articolato del giorno prima in cui, prendendo spunto dal torneo di Viareggio, aveva affermato di vergognarsi di essere italiano, vedendo che alcune nostre formazioni giovanili hanno in rosa una quindicina di giocatori non convocabili (a prescindere dal colore) per nazionali italiane. In sostanza, aveva affermato Sacchi, il settore giovanile non ha più una funzione formativa ma è diventato un business, esattamente comune il calcio dei grandi. Se usciamo dalla logica del twettatore politicamente corretto, censore dei costumi che magari paga in nero il suo domestico (di colore) 3 euro all'ora, bisogna dire che Sacchi ha nella sostanza perfettamente ragione anche se è probabile che un discorso simile se lo sarebbe risparmiato con il Viareggio vinto dal Milan e non dall'Inter (da notare che al Viareggio i protagonisti sono stati per la maggior parte italiani). Da almeno un decennio i settori giovanili sono diventati un ottimo affare, non come fornitori di giocatori alla prima squadra ma come produttori di 'carne da calciomercato'. Mettete a un diciannovenne il marchio Roma, Inter, Atalanta, eccetera, e riuscirete di sicuro ad infilarlo in qualche affare, ripagandovi ampiamente dei costi. In questo senso il ragazzo non necessariamente africano, ma anche di altri paesi dove l'Italia è vista come una grande opportunità, è molto più facilmente gestibile a livello ambientale oltre a costare meno già alla base. Il discorso Africa è ancora più antipatico, perché si salda a una sorta di mercato dei passaporti e alla vaghezza di molte date di nascita, con evidenti vantaggi per chi schiera diciassettenni fra i Giovanissimi o ventenni fra gli Allievi. Chi riceve notizie anche fuori dal circuito del grande calcio, in questo senso avere collaborato con l'Associazione Calciatori ci è servito, può tranquillamente osservare questi fenomeni. La retorica sui settori giovanili è quindi insopportabile, perché mette insieme ragazzi di importazione e italiani veri con un colore della pelle diverso dal bianco, semi-schiavi comprati a pacchetto e controllati in realtà da un procuratore (notata la stizza di alcuni agenti nei confronti di Sacchi? Raiola come Martin Luther King?) con giocatori già stipendiati (magari con un lavoro regalato al padre), giocatori senza futuro con altri dalla carriera già programmata. Su tutto c'è che naturalizziamo Vazquez (per non ricordare Paletta o altri) e mendichiamo considerazione da Dybala e ce ne lamentiamo anche, salvo fare i terzomondisti da tastiera un minuto dopo. Conclusione? Ciò che ha detto Sacchi dovrebbe essere lo spunto per un dibattito serio, magari anche arrivando alla conclusione che va tutto bene così, invece è diventato un referendum Sacchi sì-Sacchi no. Twitter @StefanoOlivari