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Il segno di Zarra

Impossibile scrivere qualcosa di nuovo su Lionel Messi, al di là dell'aggiornamento dei suoi record e di qualche voce di fantamercato che diventerà meno 'fanta' quando il declino del 27enne argentino (argentino ma non troppo) diventerà evidente. Il suo gol numero 252 nella Liga, il secondo dei tre rifilati sabato al Siviglia, lo ha reso il primo di sempre e con il numero 253 ha ulteriormente allungato. Come ha detto uno che lo conosce bene, Pep Guardiola, il record di Messi non durerà 60 anni ma 600. Visto che CR7 è più vecchio di lui (classe 1985 contro 1987) è difficile dargli torto, a meno che in futuro non cambino alcune regole strutturali del calcio (fuorigioco in primis). Ma al di là di un fuoriclasse che ha ancora tanto da dare, pur avendo perso un po' di fuoco, il nuovo record di Messi è un ottimo pretesto per ricordare Telmo Zarraonaindia Montoya, in arte e per tutti Zarra, cioè l'uomo che ha superato. Le cui caratteristiche tecniche erano ben diverse da quelle di Messi (potentissimo e massiccio, la sua specialità era il colpo di testa) e la cui importanza storica va molto al di là dei tanti gol segnati, con la maglia soprattutto dell'Athletic Bilbao in cui ha giocato 15 anni (i 251 gol nella Liga tutti con l'Athletic), dal 1940 al 1955. In una Spagna nella fase iniziale del franchismo, ma per sua fortuna rimasta fuori dalla Seconda Guerra Mondiale pur simpatizzando per Germania e Italia, l'autonomismo basco ma anche la semplice identità basca non erano visti come note di colore ma come una pericolosa minaccia. E qualunque simbolo doveva essere in qualche modo spagnolizzato, con la parziale eccezione di quelli calcistici. A Zarra, dopo la vittoria nella Liga 1942-43, a 22 anni, fu proposto di tutto per portarlo a Madrid, sia nel Real di Bernabeu (appena diventato presidente) che nell'Atletico apperna fusosi con il club dell'Aviazione e caro a molti militari, ma lui volle rimanere nella sua terra. Va detto che Franco, di sicuro non un appassionato di calcio (anche se servilmente gli fu intitolata la Coppa di Spagna, l'odierna Coppa del Re, con il nome di Copa de S.E. El Generalisimo), ben conosceva le potenzialità di questo sport nel canalizzare il malcontento e le energie popolari, quindi mai intercedette per favorire il passaggio di Zarra a una squadra madrilena nonostante le pressioni soprattutto di Bernabéu. Certo è che la baschitudine di Zarra non gli portò mai troppo bene in nazionale, con cui però riuscì a disputare alla grande l'unico mondiale (Brasile 1950) che la guerra gli consentì di disputare, segnando anche un gol storico all'Inghilterra. In porta c'era Bert Williams, mito del Wolverhampton e recentemente scomparso (Zarra è invece morto nel 2006, a 85 anni), con il quale Zarra è rimasto in contatto fino alla fine: nelle varie celebrazioni, con Zarra ancora in vita, Williams è sempre stato l'unico fra i presenti a non essere legato al calcio spagnolo. Ma 'Telmito el miedoso' (così soprannominato in gioventù per sua propensione a tirare indietro la gamba, anche se tutto va inquadrato in un'epoca in cui l'incolumità in trasferta era un optional) aveva per lui una ammirazione sconfinata, perché da portiere della nazionale inglese aveva sempre rifiutato le offerte dei club di Londra. Arrivando anche lui a vincere il campionato, come Zarra. Che ha lasciato un segno profondissimo nella cultura popolare basca, pur venendo amato anche nel resto della Spagna: un record anche questo, probabilmente imbattibile. Twitter @StefanoOlivari