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Real Madrid-Barcellona, Ancelotti più decisivo di CR7

Cristiano Ronaldo e Messi hanno soltanto sfiorato il derby del mondo, un Real Madrid-Barcellona di intensità pazzesca e niente affatto scontata anche quando ci sono in campo grandi campioni e club che si odiano, con oltretutto la benzina politica dell'imminente referendum catalano. Ma sono così forti da essere comunque stati al centro degli episodi decisivi: Messi ha fallito per eccesso di sufficienza (ma è da oltre un anno che ha perso fuoco, pur rimanendo ad alto livello e inseguendo record, da quello di Zarra in giù) il gol del 2 a 0 dopo il vantaggio di Neymar, CR7 ha battuto alla sua maniera il rigore del pareggio. Comparsa di lusso è stato anche Luis Suarez, tornato al calcio ufficiale a 4 mesi dal morso mondiale a Chiellini: poche amichevoli non sono state sufficienti a farlo tornare quello di Liverpool, ma la voglia c'è tutta e confrontare i due attacchi (James-Benzema-Ronaldo e Messi-Suarez-Neymar) è imbarazzante anche per chi ama la Premier League, non solo per chi denigra la serie A nel nome del dio fatturato (e l'Atletico Madrid?). Al di là del 3 a 1, che avrebbe potuto trascendere in una 'manita' se il Real non avesse buttato via una quantità industriale di contropiede in superiorità numerica, la sensazione trasmessa dalla partita più attesa nel mondo da parte di chi non tifa per una delle squadre in campo è stata chiara: a ranghi completi (i padroni di casa erano comunque senza Bale) di poco meglio il Real. Ancelotti ha trovato in James uno dei rari fuoriclasse capaci di tenere a bada il proprio ego, un esterno offensivo che non è il genio in libertà visto con la Colombia, il Porto e il Monaco, ma che sa capire cosa più fare in un 4-3-3 come quello anti-Barca, in un 4-2-3-1 o nel 4-4-2 che l'allenatore tre volte campione d'Europa (più due da giocatore) propone quando la squadra è in difficoltà fisica. Vedendo Benzema giocare con la bava alla bocca e pressare come Ciccio 'Il generoso Graziani' Graziani, al netto delle grandi giocate che fa anche quando è appena sceso dal letto, viene da pensare che l'allenatore qualche piccolo merito ce l'abbia. Visto che la tattica calcistica è teoricamente alla portata di molti, se non di tutti, quando si parla di grandi club e grandi campioni entra in gioco la credibilità: e Ancelotti (così come Van Gaal, Guardiola, Mourinho e pochissimi altri) è uno dei pochi ad averla anche fuori dal suo paesello. Il Barcellona non deve farsi prendere dal pessimismo cosmico per una partita che con un Messi normale avrebbe probabilmente stravinto, ma riflettere in prospettiva sui ruoli meno da copertina: che si sia giocato la partita dell'anno con i soliti Busquets, Xavi e Iniesta a centrocampo, con solo Iniesta a rientrare nei piani di inizio stagione di Luis Enrique (Xavi voleva andarsene a giugno, forse lo farà a febbraio in direzione New York) e tre su quattro della difesa storica non è preoccupante, perché nessuno di questi giocatori è finito, ma è indicativo del fatto che tuttora il Barcellona viva del lascito tecnico e psicologico di Guardiola. È un problema, perché né Vilanova, né Martino, né Luis Enrique sono (o erano, purtroppo) incapaci. Guardando la partita, mai avremmo detto che i blaugrana hanno avuto quasi il 60% del possesso palla, ma così è stato. Considerazioni che facciamo a caldo, consapevoli che il web nemmeno è buono per incartare il pesce il giorno dopo. Questo non toglie che Messi abbia perso qualche colpo e che se in tutte le altre altre squadre del mondo (tranne forse, ma proprio forse, il Real) sarebbe ancora adesso il migliore nel Barcellona forse ha fatto il suo tempo. Al di là dei gol e dei record contro l'Eibar della situazione, trotterellando con qualche fiammata. Poi con il vero Suarez e Jordi Alba sano sulla sinistra magari ne riparliamo. Twitter @StefanoOlivari