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Chi salverà il Manchester United

Il Bayern Monaco ha avuto all'Old Trafford, nell'andata dei quarti di Champions League, il 75% del possesso palla e creato almeno 10 situazioni-occasioni pericolose, eppure l'1-1 strappato dal Manchester United sembra una grandissima impresa del club che i Glazer starebbero pensando di vendere. Con buona pace di chi chi dice che gli allenatori non contano niente e che per vincere basta avere chi la butti dentro (gran parte della critica calcistica è fondata su questi due assiomi), Guardiola ha ancora una volta fatto vedere il calcio che piace a chi non tifa per alcuna delle due squadre in campo. Poi il Manchester United può ancora qualificarsi per le semifinali e salvare una stagione che in Premier League è tragica. Però vi risparmiamo l'analisi tattica della partita, visto che ci preme sottolineare come a Manchester ormai da mesi stia montando un movimento contro gli americani azionisti di maggioranza (hanno il 90% delle quote) del club. Non per la mancanza di risultati, anche se Moyes ha deluso profondamente e ben al di là della modestia (ad alto livello) della rosa: uno o più anni di transizione sono accettati, nei paesi con un minimo di cultura sportiva. Ma perché, guardando i Chelsea e i Manchester City della situazione, appare chiaro che senza una proprietà che investa soldi a fondo perduto (o per recuperarli da altre parti) il concetto stesso di proprietà di un club calcistico diventi assurdo. Perché gli scenari possibili possono essere solo due. Il primo è quello dell'azionariato diffuso, per non dire azionariato popolare, con la gestione della società in mano a dirigenti professionisti e indipendenti: è il caso del Bayern Monaco, dove nemmeno in caso di stagioni negative qualcuno chiederebbe a Rummenigge di acquistare Cristiano Ronaldo e Messi. È anche quello, con un tasso di cialtronismo ben diverso, di Real Madrid e Barcellona che però possono contare di fatto su una possibilità no limits di indebitarsi. Il secondo modello è quello a noi più familiare, quello del ricco che mette i soldi: per capriccio, per tifo, per vanagloria personale, per interessi finanziari e pubbliche relazioni da coltivare in settori diversi dal calcio. I Glazer non possono essere inseriti in alcuno dei due gruppi: sono sì azionisti di maggioranza ma di fatto si sono pagati l'operazione con il flusso di cassa generato dalla gestione corrente del Man U. Né più ne meno di quello che sogna di fare Thohir all'Inter, che insieme ai soci ha messo 'solo' 80 milioni di euro (più il subentro nelle garanzie del debito) e conta di recuperare tutto con gli interessi nel giro di due anni (auguri). In altre parole, alla gente non importa niente se il club per cui tifa è in attivo: nessun tifoso dell'Udinese cambierebbe i due anni di Zico con gli ottimi utili attuali. Chi se ne frega se Pozzo guadagna soldi? Buon per lui. Quale tifoso della Lazio preferisce Lotito a Cragnotti? La prospettiva dell'Agenzia delle Entrate e delle banche è magari diversa, ma stiamo parlando di calcio. Per questo il movimento di opinione che sta sognando con l'operazione portata avanti dalla cosiddetta 'Class of '92' (Beckham, Scholes, Giggs, Butt, Phil Neville ma pare non Gary), la generazione che diventò grande sotto gli occhi di Alex Ferguson, con il sostegno di un fondo d'investimento del Qatar, esprime un sentimento tutt'altro che marginale. Al di là del fatto che la notizia sia forse una bufala, o perlomeno la forzatura di una vaga manifestazione di interesse.