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Il lentissimo declino del Barcellona

Le sensazioni destate dal 'derby del mondo' visto al Bernabeu sono ancora troppo vive per parlarne con toni meno che esaltatori. Fra l'altro nemmeno possiamo più estrarre il prontuario da bar e fare affermazioni del genere 'In Spagna ci sono solo due squadre'. Prima di tutto perché in questa stagione ce ne sono tre: l'Atletico Madrid di Diego Simeone è in testa a pari punti con il Real che fattura il quadruplo, un punto avanti al Barcellona. E poi perché nel resto d'Europa, con l'unica eccezione della Premier League, il campionato nazionale è spesso una formalità: Bayern Monaco, Juventus e PSG sono ormai troppo forti per i rispettivi contesti, ma anche in paesi più piccoli raramente la competizione è più interessante che in Spagna (il Salisburgo è appena diventato campione d'Austria con 8 giornate di anticipo), dove nella peggiore delle ipotesi si assiste a un duopolio. Rimandiamo ai prossimi giorni lo sdottoramento sui massimi sistemi e sulla necessità di un vero campionato europeo, passando all'impresa del Barcellona. Incredibile non in senso sportivo, difficile sostenere che Martino abbia a disposizione giocatori inferiori a quelli di Ancelotti, ma per il clima da fine ciclo che in Catalogna si respira ormai dall'estate 2012, quella dell'addio di Guardiola per l'anno sabbatico a New York prima e per il Bayern poi. Il 4 a 3 di Madrid è figlio di numeri tecnici clamorosi, da entrambe le parti, di errori arbitrali che permettono a tutti e due i club di accusare l'altro di condizionare gli arbitri, ma anche di una rabbia che nel Barcellona non si vedeva da tantissimo e che aveva fatto dire proprio a Guardiola che si trattava di una squadra ormai impossibile da motivare. Questo non toglie che 'Tata' Martino sia uno degli allenatori meno adatti a guidare una squadra che gioca con il pilota automatico, paradossalmente ma nemmeno tanto in questa fase ai blaugrana servirebbe più un Mourinho che un Guardiola. Di sicuro il ciclo non è finito, a prescindere dai trofei che verranno alzati nella stagione: Messi ha 27 anni e sta selezionando gli impegni da affrontare al massimo molto meglio che nel passato, Iniesta ha 30 anni ma è sempre immenso, Xavi ne ha 34 ma è ancora una versione accettabile di Xavi. Nella nostra logica da eterno presente e da playstation sono sempre 'giovani', ma giocano insieme in prima squadra da esattamente 10 anni (l'ultimo ad esordire è stato Messi, nel 2004, 6 anni dopo Xavi e 2 dopo Iniesta). Ecco, intorno a questi tre può diventare forte praticamente qualunque calciatore di serie A e fino a quando saranno vivi e motivati sarà inutile la ricerca di quella prima punta che per tutte le altre squadre del mondo è fondamentale ma che per il Barca sarebbe quasi dannosa: per preservare la superiorità numerica meglio avere (oltre ad un avversario spesso espulso, ieri è toccato a Sergio Ramos) in mezzo un Messi libero o un Fabregas finto centravanti, rispetto anche un fenomeno come Benzema. Al di là di chi è tifoso del Real Madrid, per evidenti motivi, non capiamo l'antipatia e l'attesa del crollo che nei media c'è intorno al Barcellona. Reo di giocare a calcio, come manifesto programmatico (e lo ha fatto anche in tempi bui), e addirittura spesso di vincere. Gli altri, anche quelli forti, al massimo vincono ma non ti inchiodano davanti allo schermo anche se della parità non ti importa niente.