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La grande idea del Rivera dirigente

Gianni Rivera non può avere già settant'anni, anche se è uno dei quei personaggi che sembra siano sempre esistiti. Eppure li ha appena compiuti, come testimoniato anche da celebrazioni un po' fredde (fra le poche eccezioni l'intervista rilasciata a Nicola Calzaretta e pubblicata sul Guerin Sportivo attualmente in edicola: memorabili i passaggi sui giornalisti, Gualtiero Zanetti ancor prima di Brera, che dettavano le formazioni ai c.t. azzurri) e da un calcio migliorato in molti aspetti, rispetto al ventennio di Rivera in campo, ma non certo in quello della libertà di pensiero dei giocatori. Inutile che ci mettiamo a ripercorrere anche noi una carriera fantastica non solo per le vittorie, perché tutti gli appassionati di calcio la conoscono, mentre può essere interessante una riflessione sul Rivera dirigente. Che non è quello durato troppo con Farina e troppo poco con Berlusconi, ingiudicabile perché privo di potere, ma quello che nasce già con il pallone fra i piedi, nell'aprile del 1975 , quando il presidente del Milan Albino Buticchi ha l'idea di scambiarlo con il Torino per Claudio Sala e si mette contro la quasi totalità del popolo rossonero oltre che Rivera stesso. A questo punto scatta la sfida: Rivera, osteggiato anche dall'allenatore Giagnoni, non si limita a mettersi di traverso per quanto riguarda il trasferimento (minaccia di ritirarsi, la sentenza Bosman sarebbe arrivata vent'anni dopo), ma dice anche a Buticchi di farsi da parte perché vuole comprarsi il 'suo' Milan. Buticchi non ci crede e spara un richiesta di due miliardi di lire, soldi che Rivera sicuramente non ha (oggi li guadagna in una stagione la riserva di un club medio, ma lasciamo perdere). Il campione però lo beffa, coinvolgendo l'amico finanziere Franco Ambrosio. I soldi saltano quindi fuori e le azioni passano di mano. A questo punto Rivera, che davvero non ha soldi sufficienti per sostenere una stagione in serie A, prova a mettere in pratica un'idea che covava da tempo e che nel calcio italiano mai aveva trovato spazio: quella dell'azionariato popolare. Centomila tifosi rossoneri soci del club, con elezione periodica di un presidente. Come al Barcellona o al Real Madrid, anche se nel caso spagnolo si dimentica spesso di dire che i presidenti hanno anche grandi disponibilità finanziarie proprie per fare acquisti per così dire 'elettorali'. Inutile dire che per il Milan sono mesi travagliati e che non arrivano esattamente fenomeni. Rivera si trova in mezzo al guado e preferisce continuare a giocare, rimandando a qualche anno dopo la carriera di dirigente. Così il pacchetto di maggioranza viene venduto all'industriale Vittorio Duina. La cui presidenza non sarà proprio ricordata come quella di Berlusconi... altro periodo di transizione e poi società a Felice Colombo. Con lo scudetto della stella, la retrocessione da calcioscomesse e tutto il resto. Rivera dirigente non avrà vita facile con Colombo, ma nemmeno con Farina. Mentre con Berlusconi la storia si chiude quasi prima di cominciare. Troppo carisma, troppe idee, troppi contatti personali per poter coesistere. Circostanze e invidie non gli hanno permesso di fare il Boniperti ma nemmeno il Mazzola del Milan. Se ne è fatto una ragione, trovando un ruolo in politica (prima con la Democrazia Cristiana e poi con una serie di partiti e movimenti da mal di testa, per l'avvicendarsi di nomi e sigle) e alla fine anche un modesto incarico (Responsabile sviluppo calcio giovanile e scolastico) nella Figc di Abete. Niente ci toglie dalla mente che tenendosi in qualche modo il Milan strappato a Buticchi e proponendo l'azionariato popolare Rivera avrebbe cambiato in meglio il calcio italiano più di quanto abbia fatto con le sue grandissime giocate. Twitter @StefanoOlivari