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La non impresa di Mangia

Il grande Europeo degli azzurri Under 21 di Devis Mangia è terminato con una finale mal giocata, che però sarebbe potuta girare su pochi episodi: se dopo il pareggio di Immobile a Florenzi fosse riuscito il non impossibile goal del vantaggio, saremmo qui a scrivere l'ennesimo articolo sulla vittoria del carattere e del calcio all'italiana (a proposito: ma coordinatore tecnico delle nazionali giovanili è il vero Arrigo Sacchi o un omonimo?). Invece hanno vinto i più forti e i più maturi, con una differenza netta soprattutto nella qualità dei difensori (migliore in campo l'atteso Montoya) e nel possesso palla. Va anche detto che questa storia degli italiani che hanno meno esperienza dei coetanei stranieri è un evergreen, che ha radici non solo calcistiche e che nella storia dell'Under 21 non ha trovato riscontri solo nel biennio 1984-86: era l'ultima storica Under di Azeglio Vicini, quella di Vialli-Mancini-De Napoli-Gianni-Ferri-Zenga (fuoriquota insieme a Matteoli), che comunque non vinse visto che si arrese ai calci di rigori con la solita Spagna, nell'occasione allenata da Luisito Suarez. Cosa vogliamo dire? Che le vittorie giovanili contano pochissimo, anche a livello di Under 21, ma che comunque l'Italia questo torneo lo ha vinto cinque volte ed è andata vicina a vincerlo (non ci riuscì con la squadra di Maldini e Baggio...) tante altre. La qualità media dei convocati da Mangia (come Prandelli ottimo pr di se stesso, almeno in questo senso le nazionali hanno uno schema unico) era buona e non è che in Israele siano stati mandati dilettanti allenati da un santone. Insomma, l'autoflagellazione mentre si adora il 'modello tedesco' o qualsiasi altro modello in un dato momento vincente, lasciamola ad altre nazioni. Sono trent'anni che l'Italia fa bene sia come nazionale magguiore che come Under 21, con poche eccezioni, gli unici che si sorprendono di queste 'imprese' siamo sempre noi.