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La grande riforma di Agnelli

Andrea Agnelli nei giorni scorsi ha sostenuto che il calcio italiano ha bisogno di grandi riforme, è una posizione che torna ad onore del simpatico e illuminato presidente della Juventus. Perché in realtà un calcio italiano senza riforme tornerebbe ad esclusivo vantaggio dei grandi club, basta che non facciano un calciomercato da smobilitazione (come è stato per il Milan, la cui formazione sabato sera avrebbe potuto essere tranquillamente quella del Genoa per nomi e qualità) e come per magia si ritrovano in testa alla classifica a colpi di decisioni arbitrali 'fifty fifty' che quasi sempre gli dicono bene. Poi a Catania si era ben oltre questo scenario, ma lasciamo ad altri l'inutile dibattito sulla moviola in campo. Diciamo inutile perché tanto decide (una volta l'anno) l'International Board e non è che le singole federazioni possano procedere in ordine sparso: può sembrare un limite, ma invece è una delle fortune del calcio che non deve distinguere i suoi campioni fra WBC, WBA, IBF, WBO, eccetera, come fa la boxe. Esistono però, come nella nobile arte, la categorie di peso e così è imbarazzante assistere ad incontri fra pesi massimi e persi piuma, con l'arbitro che ha il terrore di essere preso a mazzate dal peso massimo e dai media che devono vendere i propri prodotti ai tifosi del peso massimo. La verità storica di Calciopoli è tutta qui, va ben al di là delle condanne e delle prescrizioni. In una realtà dove strutturalmente possono vincere solo in tre o quattro, che a turno cercano di fregarsi, è chiaro che gli altri sedici saranno sempre penalizzati. E' un discorso impopolare, perché le concorrenti della Juventus di oggi (Napoli di sicuro, forse anche l'Inter) sono le prime a ritenere di avere uno status diverso rispetto ai Catania (fresco di Inter e di un'altra di quelle scelte 'fifty fifty', oltretutto) e ai Chievo della situazione. Ritengono di meritare lo stesso 'rispetto' (nell'accezione negativa del termine) della Juventus, ma al tempo stesso non vogliono creare le basi perché il campionato di serie A sia giocato da venti (ma facciamo anche sedici o quattordici) realtà che in prospettiva in pochi anni possano tutte puntare allo scudetto. Non stiamo preparandoci alla solita tiritera su NBA e NFL, mondi lontanissimi e non solo in senso sportivo. Diciamo solo che l'Al Mansour della situazione, se per ipotesi si innamorasse del Catania, non riuscirebbe a portarlo al livello tecnico e di prestigio della Juventus nemmeno in cento anni. Qui si è ormai tutto cristallizzato, per non dire incancrenito e se le prime quattro squadre per tifosi messe insieme sfiorano l'80% degli appassionati di calcio significa che non cambierà mai niente. Napoli, Inter e quando si riprenderà anche il Milan potranno lavorare per condizionare altri Maggiani, anche se la Juventus avrà sempre qualche arma extracalcistica (la deferenza verso gli Agnelli è assurda, con tutto quello che l'Italia gli ha regalato nel corso dei decenni) in più. Non capiamo però perché ci siano altre sedici squadre che partecipano a questa sceneggiata, con gli eretici (la Roma, per non dire Zeman) che vengono riportati sulla retta via a suon di frustate. Sì, ci vuole una riforma. Seguire altri sport, ad esempio.