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I record di Federer

I numeri, di per sé, rendono l'idea della grandiosità dell'era di Roger Federer. Domenica, il tennista svizzero ha vinto il suo 7° Torneo di Wimbledon, il suo 17° torneo del Grande Slam. E si è issato al numero 1 della classifica per la 286^ settimana. Record eguagliati, record frantumati o straconfermati. Ma non bastano le statistiche a spiegare cosa significa Roger Federer per il tennis. E, soprattutto, per questo tennis che è sempre meno sport “nobile”, poetico e talentuoso e sempre più fisico e atletico. La vittoria in 4 set sullo scozzese (o britannico, meglio, perché così si giustifica la povertà dei tennisti in Terra d'Albione) Murray è stata una prova, l'ennesima, di come ancora un tennis giocato impugnando la racchetta a mo' fioretto possa regalare emozioni e successi in un mondo dove ormai si impugna la racchetta come fosse una clava o un randello. Roger Federer è più di un mito, è un'esperienza religiosa (come ha poeticamente scritto David Foster Wallace in un pamphlet di rara estasi tennistico-letteraria) per tutti coloro che amano uno sport dove l'atletismo può contare fino ad un certo punto, dove il gioco a rete se non è una costante è una soluzione ipotizzabile, dove il rovescio è ad una mano ora top-spin ora back-spin, dove il colpo decisivo è dovuto a una precisione senza apparente fatica e non allo sforzo sovrumano di sparare al di là della rete la pallina gialla a velocità da Formula 1. Roger Federer è capace di far parlare di tennis tutti, anche coloro che non sono poi così appassionati ma che dinanzi a “Sua Maestà” non possono far altro che riconoscere un talento tanto sublime quanto puro e semplice. Federer è colui che cambia per sempre la storia del tennis, come a loro tempo furono Borg, Sampras o Rosewall. Ma con qualcosa in più, perché è l'ultimo rappresentante di un tennis ormai sparito. Quando, Dio non voglia mai ma purtroppo capiterò, lo svizzero appenderà la racchetta al chiodo si chiuderà un'epoca tennistica. Non solo per le sue vittorie ma anche per il tipo di gioco e di emozioni che offre. Ci resteranno due robot gonfi di muscoli, dalla corsa fin troppo facile e con una clava in mano che si affrontano in un campo da tennis. E ripenseremo a quelle giocate sopraffine che “Re Roger” ha regalato nel corso della carriera. Il canto del cigno del talento. L'evoluzione, sportiva ed umana, ha preteso il suo sacrificio in nome della forza. Finché c'è Roger, però, c'è speranza. Quella non muore mai. di Edoardo Cozza