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La cometa Van der Meyde

Ritrovarsi pensionato di lusso a 32 anni in quel di Apeldoorn, cittadina olandese di provincia, non è propriamente lo scenario che si prefigurava Andy van der Meyde quando, qualche anno fa, era colonna portante di una delle ultime generazioni d’oro dell’Ajax: Sneijder, Ibrahimovic, Van der Vaart, Chivu, Nigel de Jong, Heitinga. Oggi Andy è finito tra i dilettanti, con il WKE. “Non giocavo una partita per intero dal 2005, una trasferta a Bologna con l’Inter. L’Italia è un bellissimo paese, ma ho sbagliato a venirci da giocatore. Quando arrivò l’offerta dell’Inter, l’allora allenatore dell’Ajax Ronald Koeman mi disse: non accettare Andy, non sei pronto. Aveva ragione. Dopo una settimana a Milano, telefonai a David Endt (team manager dell’Ajax, nda) implorandolo di riportarmi a casa. I soldi possono anche tenerseli, gli dissi. Il problema non era l’Inter, ma il sottoscritto. Mi consumava la nostalgia di casa, e non appena potevo prendevo un aereo e tornavo in Olanda”. In campo, nei due anni di Van der Meyde all’Inter si ricorda un bel gol all’Arsenal in Champions (i nerazzurri vinsero 3-0 ad Highbury) e poco altro. Le eccentricità invece abbondavano. “Avevo uno zoo nel giardino di casa: cavalli, cani, zebre, pappagalli, tartarughe. Ma in realtà era la mia prima moglie la vera “malata” di animali. Per lei rifiutai un trasferimento al Monaco: a Montecarlo ci sono solo appartamenti, mi disse, dove li mettiamo i nostri animali? Quando vivevo già in Inghilterra, una sera tornai da lei per vedere i bambini. Mi fece scendere in garage, al buio. Intravidi una sagoma imponente e udii suoni strani. Aveva comprato un cammello”. Poi è arrivato il trasferimento all’Everton. “Anni difficili, sempre ai margini della squadra. Avevo un brutto rapporto con David Moyes, e la stampa ci mise del suo con la storia del mio ricovero in ospedale. Mi diedero dell’alcolista, in realtà mi avevano avvelenato. Non ero in buone condizioni fisiche perché saltavo spesso gli allenamenti. Pensavano fossi un viziato, in realtà stavo accanto alla mia bambina, Dolce. Soffriva di una rara malattia all’intestino, è stata operata otto volte in due anni. Non potevo né volevo lasciarla sola. Il calcio passava in secondo piano”. Nel marzo 2010 Van der Meyde firma per il Psv Eindhoven. “Tre mesi, zero presenze. I tifosi mi fischiavano perché avevo un tatuaggio con la scritta Ajax in caratteri gotici. L’ho fatto rimuovere. Per questo motivo in un bar di Amsterdam un tifoso della F-Side (la curva dell’Ajax, nda) ha cercato di aggredirmi. Adesso siamo amici su Facebook. Così va il mondo”. Due figli in Italia, uno in Inghilterra, il quarto appena arrivato dalla nuova compagna, “una persona finalmente interessata a me e non alla mia VISA”. Ma l’olandese non si considera ancora un ex. “Sono una macchina vecchia che negli ultimi anni ha percorso pochi chilometri. Con un po’ di rodaggio però posso tornare in pista e dire ancora la mia. Anche nel professionismo. Voglio che la gente si ricordi dell’Andy van der Meyde calciatore, e non solo del ragazzo così frivolo da farsi rubare una Ferrari, otto rolex e un cane”.