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E il sindacato calciatori tace

Non so più che razza di Paese siamo diventati. Ogni mattina mi ci ritrovo un po’ meno. Purtroppo succede soprattutto la domenica, guardando le partite del nostro campionato. Se il calcio è lo specchio di un Paese, come ha scritto nel suo libro Mario Sconcerti, cioè se il modo di giocare è la raffigurazione di come vive una Nazione, siamo al capolinea. Ogni partita italiana finisce in rissa. Più che campi di calcio, i pomeriggi di Serie A ricordano discoteche da impasticcati. Botte, minacce, mani o gomiti (vedi De Rossi, alla decima espulsione con la Roma) scagliati contro gli avversari. Curioso che il sindacato calciatori, tanto sollecito a difendere i privilegi ormai inaccettabili dei ricchi calciatori, eviti da anni di spendere una parola sui comportamenti in campo dei suoi assistiti. Spero che lo faccia Damiano Tommasi, un calciatore perbene. Ma questi atleti, così diversi dai coetanei del nuoto o del rugby, hanno una famiglia alle spalle? A Balotelli qualcuno ha mai insegnato che non si fanno certe cose? O può essere accettato tutto in nome di una presunta e totale libertà? Le parolacce e i vaffa, compresi quelli di grandi calciatori come Totti, sono persino superati nel dopogara dalla violenza verbale di allenatori e presidenti, con il solito frastuono di lamentele, sospetti arbitrali, denunce di congiura. Mourinho ne ha fatto una strategia personale, tentando di esportarla con minore successo in Spagna. L’ultima in ordine di tempo è quella avanzata dal presidente della Lazio Claudio Lotito. Per carità: la sua squadra ha avuto meno di un quarto dei rigori della Roma, quest’anno più fortunata dei cugini con gli arbitraggi. Ma si può parlare di manette per questo? Si può evocare la puzza di Tangentopoli per un rigore negato a Floccari? Ormai anche il linguaggio si è andato a far benedire. Le sciabole dei nemici, la prostituzione intellettuale, le curve trasformate in ricettacolo di una strana mistica che si arroga il diritto di lealtà e onore, curve autorizzate alla violenza sui propri beniamini. In compenso, c’è una stampa timorata e tremante all’uso di un aggettivo sbagliato. Direte: e perché scrivi questo proprio oggi? Perché questo soprassalto di moralismo? Perché la goccia sul bordo del vaso è caduta stamani, non so che farci.