Tennis

Nadal e il suo anno da Grand Slam

Quella appena conclusa è stata una pessima edizione degli U.S. Open, sia al maschile sia al femminile, ma fra qualche annuo leggendo gli albi d'oro quasi nessuno se ne ricorderà. Rimarrà invece il sedicesimo titolo in un torneo dello Slam conquistato da un fantastico Rafa Nadal, che non ha colpe per le prestazioni dei pochi superstiti fra i grandi e che nei turni finali è stato quasi perfetto, concedendo soltanto il primo set a Del Potro in semifinale. La finale contro il coetaneo Kevin Anderson è stata senza storia: ogni game di battuta del sudafricano una battaglia, ogni game di battuta di Nadal quasi una formalità, senza che Anderson (ora numero 9 del mondo, suo best ranking: a 31 anni e dopo tanti infortuni un grande risultato) trovasse mai uno schema almeno per sorprendere il maiorchino, non si dice per batterlo. Per Nadal terza vittoria a Flushing Meadows, la sesta Slam al di fuori del Roland Garros, il consolidamento della posizione numero uno del mondo (1860 punti di vantaggio su un Federer che a New York ha faticato anche nei match vinti), più mille altri record da aggiornare. La stagione 2017 non è finita, ma i tornei che contano per definire al grandezza dei campioni sì, quindi va al di là della statistica riflettere sul fatto che due tornei dello Slam, gli Australian Open e Wimbledon, siano stati vinti dal trentaseienne Federer e due, Roland Garros e U.S. Open, dal trentunenne Nadal, con Murray e Djokovic sia da presenti sia da assenti alle prese con problemi in cui il confine fra il fisico e lo psicologico non è chiaro nemmeno a loro. Più psicologici Djokovic, più fisici Murray, osservandoli da fuori. Certo è che sia lo scozzese sia il serbo se avessero ancora voglia, in questo contesto, sarebbero nel 2018 ancora da corsa. Punti interrogativi, mentre la certezza data dal senno di poi è che Nadal abbia avuto un'occasione irripetibile per realizzare il Grand Slam riuscito nell'era Open soltanto a Rod Laver. Nella finale di Melbourne era in vantaggio nel quinto set con Federer, situazione in cui lo spagnolo non fallisce quasi mai (e mai con Federer, prima di quest'anno), a Wimbledon era in forma strepitosa e negli ottavi ha trovato la partita della vita di Gilles Muller unita a suoi errori tattici, ammessi sia da lui sia da zio Toni, uscendo 15-13 al quinto set. A New York nessun problema, con il futuro immediato che sembra sorridergli nonostante lo zio stia per lasciarlo dopo quasi trent'anni insieme, con la sua gestione tecnica totalmente in mano a Carlos Moya. I campioni suoi coetanei o già di lì, Murray, Djokovic, Wawrinka, hanno problemi di vario tipo, la Next Gen ha fallito ancora una volta nelle occasioni che contano e il fatto che un giocatore grezzo come Zverev sia numero 4 del mondo non è un gran segnale, mentre la generazione di mezzo è sempre stata marginale. Insomma, Nadal può guardare al 2018 con ottimismo perché ha ancora voglia di tennis, ha modificato il suo gioco (ora meno dispendioso, per certi versi più frenetico, con una seconda palla di servizio diventata super) e nella sua carriera ha superato almeno due grosse crisi, diventando ancora più forte anche dentro. Certo ha imparato a gestirsi, dando il giusto peso a quei Masters 1000 dove una volta avrebbe dato tutto: è vero che questa estate ha perso con talenti come Shapovalov a Montreal e Kyrgios a Cincinnati, ma si trattava quasi di un altro sport e bisogna dirlo anche ai tanti, troppi, per i quali Umago vale Indian Wells e Indian Wells vale Wimbledon. Rimpiangeremo questa generazione di fenomeni, rimpiangeremo Nadal. Fra qualche anno, però, perché non è ancora finita.