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Il bilancio dell'Italia di Tortu

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Gli azzurri dell'atletica tornano da Berlino con un poche medaglie ma anche qualche buon segnale per il futuro, almeno a livello continentale. Mondiali 2019 e Giochi 2020 saranno un altro sport...

L’Italia dell’atletica è tornata da Berlino con poche medaglie, quattro vere (i bronzi di Crippa nei 5000, Chiappinelli nelle siepi, Palmisano nella 20 chilometri di marcia e Rachik nella maratona) e due che vanno citate per patriottismo, l’oro maschile e l’argento femminile a squadre nella maratona. Sedicesimi nel medagliere assoluto, niente per cui scendere in piazza a festeggiare. Difficile però fare bilanci basandosi soltanto sulle statistiche, fossero anche quelle della classifica a punti che ci vede sesti, o confronti con un passato troppo diverso.

Berlino è stata comunque la seconda edizione degli Europei senza nemmeno una medaglia d’oro individuale italiana, in 84 anni (si partì con Torino 1934 e la vittoria di Beccali nei suoi 1500) di storia, a 60 dal disastro di Stoccolma 1958. Nulla di strano, osservando le tendenze degli ultimi anni, ma rimane un po’ di delusione per alcuni risultati letteralmente buttati. La 4x400 affossata dalla peggiore Grenot di sempre, l’alto della Vallortigara che nemmeno si è qualificata e della Trost sempre a metà del guado, la 4x100 maschile squalificata in batteria per il cambio fuori settore fra Desalu e Manenti. Ragionamenti che potrebbero fare anche altri che hanno vinto più medaglie dell’Italia, ma utili a sottolineare che a livello continentale l’Italia non è messa poi malissimo.

Poi è chiaro che per il pubblico generalista, quello in astinenza da calcio che segue l’atletica soltanto quando c’è il mitico italiano che vince, gli Europei erano già finiti martedì con il quinto posto di Filippo Tortu nei 100. Bisogna però ricordare che con il 10’’08 del ventenne lombardo in una finale in cui è sembrato più contratto (si è visto anche in staffetta) del Tortu di inizio stagione, si sarebbe andati a medaglia in tutte le edizioni della storia degli Europei tranne una (a Spalato 1990, quando John Regis fu terzo in 10’’07 dietro a Christie e Sangouma). Senza contare il fatto che Zharnel Hughes, il vincitore, è in realtà di Anguilla (per cui ha anche gareggiato a livello giovanile) e figlio di giamaicani, mentre giamaicano puro è il bronzo Harvey, diventato all’improvviso turco alla bella età di 26 anni (adesso ne ha 29). Qualcuno dice che sono discorsi antipatici, ma visto che stiamo parlando di campionati europei e non di Mondiali questi discorsi vanno fatti. Poi anche chi segue saltuariamente l’atletica sa che il 10’’08 in una grande manifestazione vale più dei 10’’03 di Savona e anche del 9’’99 di Madrid.

Non stiamo dicendo che a Berlino si sia visto il miglior Tortu possibile, anzi è stato senz’altro un errore quello di non gareggiare per un mese e mezzo, ma che l’Italia dell’atletica ha qualche buon motivo per guardare al futuro, per lo meno a quello continentale, con ottimismo. Tortu, Desalu (il 20’’13 della finale nei 200 lo rende il secondo italiano di sempre dopo Mennea), la 4x100 maschile e la 4x400 femminile (in prospettiva anche i maschi che sono campioni del mondo junior), Crippa, Chiappinelli, i maratoneti e i marciatori, la Vallortigara e la Trost, Tamberi che si sta ritrovando e che era da medaglia già a Berlino, la Osakue che ha retto bene la pressione… Poco ma non pochissimo, in uno sport davvero universale che soltanto gli statistici possono confrontare con il pur eccezionale nuoto azzurro.