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Del Potro e quelli dopo i fenomeni

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La vittoria dell'argentino su Federer nella finale di Indian Wells fa riflettere su un tennis in cui il ricambio avverrà soltanto con il ritiro di una generazione dalla qualità media clamorosa...

La bellissima finale di Indian Wells fra Juan Martin Del Potro e Roger Federer impone una riflessione su un’era del tennis che stiamo rimpiangendo già in diretta, senza il bisogno di essere vent’anni più vecchi. L’era dei cosiddetti Big Four, che poi sarebbero Five perché Wawrinka ha vinto tanti Slam quanti Murray ed ha punte di rendimento inferiori soltanto a Federer, può essere raccontata ovviamente attraverso la grandezza di Federer, Nadal, Djokovic e Murray, le cui carriere sono in qualche caso in fase di ricostruzione ma ancora ben vive, ma soprattutto attraverso quella delle cosiddette seconde linee.

Primo fra tutti Del Potro, che non solo nel torneo di Larry Ellison, Mister Oracle, ben diretto dall’ex numero 2 del mondo Tommy Haas, ha dimostrato di non avere alcuna sudditanza psicologica nei confronti del più forte di tutti i tempi. Il trentenne argentino, uscito tennisticamente vivo da una serie di infortuni che avrebbero portato al ritiro chiunque altro, ha spesso ingaggiato con Federer battaglie epiche: sia quando lo ha battuto (la bellezza di 7 volte su 25 sfide, l’ultima proprio domenica scorsa), sia quando è stato piegato. Fra le partite emotivamente epiche ricordiamo la semifinale del Roland Garros 2009, a tutt’oggi l’unica edizione del torneo vinta dallo svizzero, la finale degli U.S. Open dello stesso anno conquistata al quinto set da Del Potro, i quarti di finale del Roland Garros 2012 in cui Federer rimontò due set di svantaggio, l’assurdo 19-17 al terzo set (si giocava al meglio dei tre) della semifinale olimpica di Londra per Federer. E poi le finali di Basilea, a casa Federer, nel 2012 e nel 2013 in un clima da Coppa Davis, con lo svizzero che si è vendicato l’anno scorso, fino appunto alla finale di Indian Wells, che tennisti e addetti ai lavori considerano giustamente il quinto Slam. Una partita con un Federer poco centrato con il diritto e un Del Potro invece attaccatissimo al suo, ma molto emozionante, nervosa e con un pubblico d’altri tempi anche durante il gioco. Cosa che nemmeno negli Stati Uniti oggi accade più ma che una volta mandava fuori di testa i giocatori europei e anche alcuni americani, in particolare McEnroe.

Federer, Nadal, Djokovic, Murray, Del Potro, Wawrinka, Cilic, per citare chi fra i nati prima dal 1981 al 1988 ha vinto almeno un torneo dello Slam. Berdych, Tsonga, Anderson, Ferrer e Baghdatis (il cipriota un po' un intruso), per citare chi è andato almeno in finale fra i tennisti ancora in attività. Nishikori è del 1989, Raonic del 1990, sempre stare sui finalisti. Senza dimenticare incompiuti, ad altissimo livello e tutti nati prima del 1988, come Gasquet, Verdasco, Feliciano Lopez e Kohlschreiber e le terze linee in cui possiamo inserire Fognini, Isner, Querrey e altri. Tutta gente ancora in pista, in certi casi con il meglio dato in tarda età. Difficile trarne leggi generali, come quella che sostiene che oggi il tennis richiede caratteristiche psicofisiche che non si hanno a 20 anni: Federer ha vinto il suo primo Slam a 22 anni, Nadal a 19, Djokovic a 20… Si tratta dell’ultima generazione che non ha avuto Internet fin dalla più tenera età, ma dubitiamo che sia questo il motivo del loro successo anche se con il senno di poi si può spiegare tutto. Nella storia di tutti gli sport ci sono periodi in cui quelli forti nascono negli stessi anni, senza che ci sia un perché. Di certo gli Slam dal 2003 ad oggi hanno un peso diverso di alcuni degli anni Novanta e soprattutto di quelli di inizio millennio.